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“Ragazzi di zinco”, di Svetlana Aleksievic – Edizioni e/o

La copertina di "Ragazzi di zinco" di Svetlana Aleksievic
La copertina di "Ragazzi di zinco" di Svetlana Aleksievic

Iniziamo questa nuova rassegna delle recensioni di libri di altre case editrici con un libro che ci ha colpito molto. Similmente a “Preghiera per Chernobyl”, che ho recensito in un video, si è scelto di scrivere una recensione testuale, per permettere maggiore ricerca online, migliore (spero) fruibilità e minore (sic!) lavoro di montaggio, perché il tempo è poco e i video, chi li fa bene lo sa, richiedono taaanto tempo.

Il testo di cui parliamo oggi è un libro-testimonianza: la Aleksievic, premio Nobel per la Letteratura nel 2015, affronta l'argomento, allora pressoché tabù, della guerra in Afghanistan... quella dell'Urss, dal 1979 al 1989. Il libro è uscito nel 1991, alla vigilia del crollo dell'Unione Sovietica, e a suo tempo ha suscitato molto scandalo. Sì, perché nell'Urss non era previsto alcuno sfogo “antisistema”: se si criticava il soviet, si veniva spediti in un campo di “rieducazione politica”, e stop, finché non si tornava fieri sostenitori della gerarchia... oppure si finiva sottoterra.

Pertanto questo libro era visto come fumo negli occhi sia dall'establishment sia da tutti i sostenitori (volenti o nolenti) del governo centrale, dunque è stato ostacolato e ostracizzato da molti oppositori. Tanto che, come riportato alla fine del libro, la Aleksievic fu portata in tribunale (e poi assolta) da diversi testimoni che hanno ritrattato le loro dichiarazioni... probabilmente per non perdere alcune agevolazioni statali.

L'autrice, Premio Nobel per la Letteratura del 2015, Svetlana Aleksievic
L'autrice, Premio Nobel per la Letteratura del 2015, Svetlana Aleksievic

Ma torniamo a noi: la guerra in Afghanistan per la Russia aveva una giustificazione politica (interna) ben precisa: portare la civiltà (ricorda niente?) e il collettivismo in una regione povera e arretrata. Salvo poi accorgersi che agli afgani, sostanzialmente, non solo andava bene così, ma che non volevano assoggettarsi al nuovo ordine comandato, combattendo fieramente per la libertà di vivere come gli pareva. La storia ci insegna com'è andata (anche con l'invasione degli USA, che ha fatto poi la stessa identica fine, beffa degli eventi storici), ma nel frattempo nell'Urss la propaganda pompava frasi patriottiche e ispirate, nascondendo la realtà dei fatti.

Aleksievic invece questi fatti li va a prendere di petto, e li riporta tali e quali. Raccoglie le testimonianze dirette di chi in Afghanistan ci è stato e ha combattuto, o ha fatto il medico, l'infermiera. Riporta i ricordi delle madri dei caduti, le madri di questi ragazzi che tornano in bare di zinco, morti per un'ideologia che nessuno voleva più. Aleksievic scrive dei vissuti reali, delle battaglie combattute, dei sentimenti e delle paure provati sul campo. Le battute sulle infermiere, su chi non ce l'aveva fatta, il silenzio obbligato sugli avvenimenti reali, nonché (cosa gravissima) sui furti commessi dai russi e sui diversi modi di tornare a casa ricchi grazie alle violenze e gli inganni della guerra.

La parte che mi ha commosso di più è senza dubbio quella di una madre (tra le tante) orgogliosa di suo figlio, virgulto frutto di una dinastia di eroi militari, che va ancora ogni giorno sulla tomba del figlio a parlargli degli avvenimenti quotidiani, come se lui la ascoltasse ancora, come se fosse ancora presente.

Un libro forte, intenso, che parla del cuore delle persone e della distanza siderale del sistema politico (qualunque sistema politico) dal vissuto quotidiano della gente e dai suoi reali bisogni. Un libro consigliato a chiunque voglia farsi un'idea di come si viveva (e si vive?) nella Russia di allora, e di ciò che realmente si vive durante una guerra, sul campo e a casa.

Consigliatissimo.

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