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Gianluca Ascione e "Incolpevoli per aver commesso il fatto"

Abbiamo chiesto a Gianluca Ascione di parlarci brevemente del suo ultimo libro uscito per Panda Edizioni. Vediamo cosa ci ha risposto:

 

Come è nata l’idea per questo tuo ultimo libro?

All’inizio del 2022 mi recai presso la biblioteca civica “Andrea Zanzotto” di Treviso per revisionare il testo di un romanzo e mi accorsi che al piano superiore era comparsa una targa che prima non c’era: si trattava dell’intitolazione della sala studio a Cristina Pavesi, vittima della mafia del Brenta. Non ricordavo bene l’episodio (che risale al 1990), così feci una ricerca su internet per saperne di più: con mia grande sorpresa scoprii che non esisteva nessuna opera che narrasse quel tragico evento. Seppure con qualche remora dal momento che si trattava di una storia molto dolorosa, contattai la signora Michela Pavesi, zia di Cristina, proponendole di raccogliere tutte le informazioni e le testimonianze possibili per addivenire a una pubblicazione; lei accettò con entusiasmo e dopo un anno e mezzo di lavoro è nato il libro.

 

Quali difficoltà hai incontrato nel reperire tutte le informazioni?

Si sono presentate essenzialmente due tipi di difficoltà: una, che potrei definire “burocratica”, nel momento in cui ho richiesto alle Procure interessate dalla vicenda di poter visionare i fascicoli; la seconda, figlia dello scorrere implacabile del tempo, consisteva nel riuscire a rintracciare le persone che, a vario titolo, avevano intrecciato la vita e il destino di Cristina. Una ricerca a doppio filo che si è rivelata irta di ostacoli, ma che alla fine ha dato i suoi frutti.

 

Nella ricerca storica, c’è qualcosa che ti ha colpito in modo particolare di questa vicenda?

Quando ho incontrato gli amici di Cristina più di qualcuno, nonostante fossero passati più di trent’anni da quell’avvenimento luttuoso, nel rivivere e condividere determinati ricordi, non sono riusciti a trattenere le lacrime; lo stesso è accaduto con alcune delle persone che rimasero gravemente ferite nell’esplosione che coinvolse la carrozza sulla quale viaggiava Cristina. Inoltre mi ha profondamente colpito la vicenda di un messaggere postale che, a causa delle accuse rivoltegli da un collaboratore di giustizia, venne sbattuto in prima pagina come “la talpa della banda” e passò nove mesi in carcere, salvo essere rilasciato da assoluto innocente.

 

Cosa speri possa portare questo libro nella società veneta? Qual è il tuo augurio per quest’opera?

Senza l’incessante lavoro di memoria portato avanti dalla zia Michela, la povera Cristina sarebbe diventata solo un numero incasellato in un lungo elenco, col rischio concreto di cadere nell’oblio. Il mio augurio più grande è che attraverso il suo sacrificio le giovani generazioni comprendano (per usare le parole del presidente Mattarella, “tocchino con mano l’orrore di quello che commette la mafia con i suoi crimini”) che non c’è nulla di fascinoso o degno di rispetto in chi uccide o minaccia, spesso utilizzando mezzi violenti e coercitivi, attentando non solo all’incolumità fisica ma anche al bene più prezioso che ognuno di noi porta con sé: la libertà. L’illegalità è morte, la legalità è vita.

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