Utopia come rifiuto della storia

di Giorgio Facchi

Pagg. 160

Cm 14x21

Di quest'Opera ha scritto Giorgio Segato:

UTOPIE E DISTOPIE

Giorgio Facchi offre un saggio bene informato e disincantato, acuto e di agile lettura non soltanto sull’utopia nella storia e sul rapporto tra storia e utopia, ma sul pensiero utopico in genere come pensiero ‘lungo’ che ha radici profonde nella storia, vive delle tensioni e dei contrasti del presente, si anima per un miglioramento del futuro.Per il poeta Lamartine l’utopia è la realtà di domani, una verità ‘prematura’, per Karl Mannheim, in contraddizione con la realtà presente, essa tende anche a spezzare il legami dell’ordine esistente..Facchi sembra privilegiare una lettura dell’utopia come vagheggiamento nostalgico del passato. Essa si contrappone comunque a un pensiero ‘breve’, televisivo, telematico, informatico, pubblicitario,effimero. A volte si configura come pensiero ‘forte’, nelle dottrine positive, salvifiche, altre volte come pensiero catastrofico, negativo,specchio di un futuro che spaventa, ineluttabile nella sua geometria costruttiva, volta ora a evidenziare l’impotenza dell’individuo ora a sollecitare scelte diverse per un senso di responsabilità nei confronti delle generazioni future. L’utopia non nasce con Thomas More ma è, rileva bene Facchi,nella storia stessa, fin dagli inizi, in quanto in ogni situazione storico-sociale è già presente - anche se allo stato latente o in forma di opposizione e di aspirazione a sostituirsi a chi gestisce il potere - l’esigenza di superarla, di eliminare gli aspetti avvertiti come negativi, concretamente inadeguati o irrisolti rispetto ai principi che informano quella stessa realtà.
Il momento interessante di avvio delle riflessioni di Facchi è la constatazione dell’ ambivalenza dell’utopia, la quale può prospettare una realtà idilliaca, perfetta, in un futuro auspicabile o promesso, ma più di frequente si richiama a una realtà regressiva e nostalgica, in quanto assume come suo modello un passato che, in quanto passato sottratto al continuo logorio della diacronia, assume una autorevolezza che non si può intaccare, dogmaticamente impositiva. Di qui la possibilità/necessità di un arretramento storico in rapporto all’analisi del fenomeno, fino a risalire alla società greca del V secolo a. C.,a quel momento di straordinario sviluppo e incremento del pensiero creativo e progettuale nelle arti, nelle “fantasie comiche” della satira (Aristofane) e nella filosofia come esplicazione totalizzante(Platone). Quella proposta da Platone, anzi, si rivela come prototipo per tutte le utopie successive, fino alla modernità. Il messianesimo cristiano (o delle altre religioni positive) diventa storicamente inefficiente, perché compromesso dall’eccessivo dualismo tra una realtà terrena e una realtà celeste, da sempre garantita e certa, ma solo ‘alla fine della storia. Umanesimo e Rinascimento restituiscono nuovo peso, consistenza e concretezza storica all’uomo e, di qui, l’interesse alla realtà terrena, alla vicenda umana e alla conseguente aspirazione a modificarla, a migliorarla, a darle finalità possibili in terra.Con dottrina e arguta capacità argomentativa Facchi prende in esame le teorie di Thomas More, di Francis Bacon (Atlantis), d iHobbes, Locke, Swift, di Bernard de Mandeville (Favola delle api),di Rousseau (Contratto Sociale) e di Saint-Simon, di Comte, d iCabet, di Fourier, di Karl Marx, fino agli anarchici rivoluzionari dell’Ottocento e del Novecento. Secondo l’autore, tutti questi tentativi di modificare il presente, avvertito come ingiusto o intollerabile,mettono in risalto soprattutto un aspetto sentimentale e retrovisivo,dettato per lo più dalla paura di un futuro (interpretato come dominato da forme che sfuggono al controllo umano o che comunque mantengono un’ineliminabile carica di insicurezza, di minaccia).L’opinione diffusa dell’utopia come eversiva e progressiva è considerata come un residuo ideologico della concezione illuministica della storia quale progresso indefinito e irreversibile. E d’altra parte,sostiene l’autore, è inadeguata anche l’opinione che i contenuti dell’utopia siano sempre irrealizzabili: nel caso delle invenzioni scientifiche e delle applicazioni tecnologiche, le proposte degli utopisti si sono dimostrate davvero feconde (in particolare “... la nuova Atlantide di Bacone racchiude da sola tutti i sogni che l’umanità ha concepito nel suo desiderio di dominare magicamente o scientificamente la natura...”Esaurito l’excursus di tipo prevalentemente filosofico, Facchi prende in esame le utopie negative del nostro secolo come costruzioni astratte e fittizie non di una comunità ideale ma di una comunità detestabile. Infatti, le modalità in cui nel mondo moderno e contemporaneo si è imposto il progresso scientifico e tecnologico (autoritarismo, progettualità solamente burocratica e tecnocratica, o per irrigidite geometrie razionali di pianificazione senza libertà) hanno prodotto specialmente in campo letterario le utopie negative (Orwell, Huxley, Ortega y Gasset) e della enfatizzazione della paura di futuro (a volte anche come dissuasorie e sollecitanti azioni diverse, di responsabilizzazione individuale di fronte alla caduta delle certezze assolute)
Indubbiamente ai giorni nostri è soprattutto l’aspetto di fuga dal presente che contraddistingue il pensiero utopico, una fuga originata dal disagio, da ciò che Facchi chiama ‘le angosce e gli incubi de nostro tempo, che fanno prosperare varie forme di utopie negative, di visioni apocalittiche, di scenari fantascientifici terrificanti e di fondamentalismi intolleranti e distruttivi. Il limite ditali utopie è quello di avere un fondamento emotivo anziché razionale: il riferimento non è a una realtà oggettivamente e razionalmente indagata,ma a una situazione immaginata e paventata come catastrofica e irreversibilmente contaminante.
Non mancano certo nel nostro tempo situazioni altamente drammatiche e fenomeni di inaudita efferatezza e ingiustizia, tali da accreditare ad alcune visioni utopiche carattere e valore quasi ‘profetico’,ma il catastrofismo oggi così di moda non può vantare un solido fondamento scientifico. Esso assume connotati strategici e, nella sostanza, agli occhi di Giorgio Facchi, conferma l’innato pessimismo insito in tutte le utopie, che sono vagheggiamento di un edenico passato da contrapporre a un presente insopportabile o, comunque, dalle prospettive inquietanti ed incerte.
La psicologia delle masse, e soprattutto l’antropologia culturale, possono indicarci una nuova valenza dell’utopia, non tanto come definizione o progettazione di modelli perfetti o -progressivamente perfettibili - ma astratti di comunità, bensì come seminatrici di germi di innovazione all’interno di società storiche concrete. Esse sembrano recuperare su un piano scientifico quell’istanza di cambiamento che l’utopia incarna in una radicalità e assolutezza che la rendono astorica, davvero ‘priva di luogo e di tempo ’. E la psicologia e la psicanalisi sempre di più mettono in risalto il fatto che il disincanto nei confronti della realtà presente, il disprezzo per l’uomo medio, il presentimento di un futuro luttuoso che caratterizzano le utopie contemporanee, trovano il loro fondamento nel residuo animale della psiche e della natura umana. Per Facchi in quello che noi chiamiamo storia non vi è un disegno razionalmente concatenato e proteso a realizzare un fine superiore (“Tutto si svolge senza un disegno prestabilito, senza alcuna possibilità di previsione certa “). Sente e propone, piuttosto, un modello casualistico e ‘anarchistico’ di quel processo che chiamiamo storia, sottraendo il corso degli accadimenti a qualsiasi strumentalizzazione religiosa o teleologica e ideologica; così, solo apparentemente - a mio avviso - rendendo meno interessanti i discorsi e le teorie sulle vicende umane, e, in realtà, meglio adeguandoli a quella condizione di universale relatività e di accresciuta responsabilità etica individuale che spesso - come si evince anche dalle pagine conclusive - è stata meglio espressa in forme letterarie che scientifiche o filosofiche. Anche se, avverte l’autore, “Non bisogna confondere la fantasia letteraria, per quanto possa esprimersi a livelli spesso eccelsi, con l’immaginazione razionale di qualsiasi costruzione utopica...”
Così, questo ben articolato saggio sul pensiero utopico come negazione della storia può essere letto come un’appassionata, ma lucida lezione di umiltà, che si contrappone con alto spessore conoscitivo, analitico e propositivo alla consistente fumosità di molte magre e distorte ‘ideologie’ (termine, avverte l’autore, da utilizzarsi in senso neutrale, più weberiano che nell’ accezione implicitamente negativa di Karl Mannheim) di oggi e alle smisurate presunzioni e aspettative del progresso scientifico e tecnologico o di un’economia celebrata come riferimento guida di ogni avanzamento, sempre però sul punto di capovolgersi nel pernicioso e, purtroppo, contagiosissimo fascino delle reazioni negative, distruttive e catastrofiche.
“Ben vengano dunque gli utopisti, - conclude Facchi, e le sue parole risuonano con implicita attenzione anche ai tragici eventi di questi giorni - sia che denuncino sconsolatamente i mali del loro tempo, proponendo comunità perfette come rimedi, sia che prevedano futuri ancora più orrendi. Nel primo caso costruiscono solo castelli inaccessibili, pura materia dei loro sogni. Nel secondo si tratta di incubi cupi, cumuli di sabbia che il vento della storia disperde. Se la ragione sprofonderà nel sonno, vi saranno mostri. Se raggi di luce romperanno le tenebre, le comunità umane saranno migliori, ma è meglio non illudersi troppo. Nell’inconscio dell’animale uomo continueranno ad esservi, pronti ad orrendi risvegli,bestiali istinti mal repressi, a fluire ancora sulle prorompenti acque dell‘Acheronte...”

Giorgio Segato

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