Mussolini? Un galantuomo

di Ariosto Gheller

Pagg. 128

Cm 15x21


Chi sfoglia fino in fondo queste pagine si convincerà che l’Autore, più che un apologeta di Benito Mussolini, è un uomo -per dirla alla latina - ‘misericordia captus’, cioè tocco da pietà. Pietà che lo porta a celebrare con eguale partecipazione spirituale tutte le vittime della violenza ideologica. Né poteva non esse-re così. Fin dal 1978, nelle sue “TRAGICHE BALLATE” - un’analisi attenta degli eventi che evidenzia tutta la drammaticità di una realtà sconvolgente egli ha rivelato questa sua assoluta equanimità. La sua disamina dei delitti ideologici diventa speculare. Di fronte ai torturati dei sotterranei di Santiago, ecco i
‘pazzi’ delle cliniche psichiatriche di Mosca; di fronte ai “tremila di Katyn che cadono in fila dopo il colpo alla nuca”, ecco i comunisti di Praga giustiziati nel ‘54, e nel ‘57 riconosciuti innocenti; di fronte a Ernesto Guevara de la Serna, l’impavido ‘Che’ trucidato quando più aspra e decisiva si fa la sua battaglia in difesa degli oppressi, ecco il dissidente russo Nikolaj Chmara che, al suo grido di libertà, viene mutilato della lingua e torturato a morte nel carcere di Barnaul. Né l’autore può non inchinarsi con lo stesso rispetto davanti a Margherita Cagol caduta in uno scontro armato nel momento in cui sogna “di dare a chi mai non fu dato”, e davanti al patriota Palach che, gettando la sua giovinezza in un rogo, detta alle nuove generazioni “il poema della sua pacifica rivoluzione”. Lo stesso rispetto ch’egli sente per tutte le vittime che compaiono come dolenti fantasmi sul tragico scenario dell’ultimo terrorismo rossonero, vittime non mai tanto onorate per il loro supremo sacrificio - primo fra tutti Aldo Moro - o quasi dimenticate come i giudici ‘Vittorio Occorsio e Francesco Coco. Si tratta, come si vede, di un testimone onnipresente. Dovunque c’è dolore, dovunque c’è pianto, dovunque c’è disperazione e morte, egli è là, partecipe imparziale. Ed è proprio la sua imparzialità che conferisce a queste pagine l’attendibilità di un documento storico. Certo che al lettore prevenuto o di parte la figura qui tratteggiata di Mussolini apparirà distorta o quanto meno oleografica. Ma è altrettanto certo che essa apparirà veritiera a chi ha seguito con purezza di cuore la scia di un ideale. La stessa purezza di cuore con cui ora l’Autore, nella sua veste di insegnante, colloquia col suo allievo.
Docente e discente si incontrano, l’uno per ricostruire il passato, l’altro per indagarlo, senza reticenze, né mistificazioni. Nel loro eloquio piano, schietto, familiare, essi sono posseduti - lo si avverte a ogni pagina - dall’ansia di giungere a una verità incontestabile. A Benito Mussolini si possono attribuire delle colpe, anche gravi; non si può non riconoscergli, però, una delle virtù più preziose dell’uomo: l’onestà. “Quell’onestà” - così conclude l’Autore - “che sembra ormai cosa obsoleta e che a quel figlio d’un fabbro, invece, era cresciuta addosso dalla nascita come la scorza addosso all’albero; l’unica onestà che la gente della strada arriva a riconoscere negli individui. E cioè, non quella dei sentimenti o dei costumi, dei principi o degli intenti, delle proposte o delle idee, o di quant’altro può essere oggetto di dissertazione per intellettuali, psicologi, moralisti e simili, ma un’onestà molto più elementare, comprensibile anche agli analfabeti: l’onestà che impedisce a un individuo di appropriarsi della roba degli altri”.
Una conclusione che oggigiorno, non a caso, suona come un monito e più ancora come una rampogna.
Luigi Ruffo

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