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Home < Recensioni < Enzo Mandruzzato: intervista da "Il Cortese" n°05 Dicembre 2008
AMORE PER GLI ANTICHI ED ESTERO LETTERARIO
Al versante della critica e della saggistica Mandruzzato affianca con sorprendente facilità e altezza di significati quello della poesia e della narrativa: l'amore per il sapere e l'afflato entusiastico per i “suoi” autori rendono gli scritti di Mandruzzato un'avventura imprescindibile.
Lei è poeta e traduttore di poesia, critico e saggista, filologo e romanziere: in quali panni si sente più a suo agio?
Nessuno può sentirsi a proprio agio nella poesia, perché la poesia è troppo di più del consueto e non si vive dell'eccezionale. Direi però che la forma mentis che considero più alta, più moderna, più piacevole e autentica è quella del saggista, dello scrittore che esprime le proprie idee, naturalmente in prosa, anche se molte idee sono poesia.
Le traduzioni dal greco e dal latino rappresentano, anche in considerazione del lavoro saggistico e filologico che le sorregge, un versante di rilievo della sua attività letteraria: come nasce il suo interesse per la classicità?
È un'affinità elettiva: l'ho sempre sentita. Per me l'uomo normale è l'uomo romano, e anche l'uomo greco; l'uomo intelligente, l'homo sapiens è latino, è romano: i romani in molti aspetti hanno raggiunto ampiamente i greci, sebbene non vi sia una supremazia della cultura romana sulla cultura greca. I romani sono venuti dopo ma hanno scelto molto coraggiosamente, con grande fiducia in se stessi; erano grandi fanatici della cultura greca e conoscitori perfetti della propria.
Lei ha definito Omero “il più autentico dei narratori”, elogia “il magnifico, chiaro Pindaro”, ha tradotto Euripide, Eschilo, Esopo, Fedro, Marziale, Orazio e altri, fino alla pubblicazione per Adelphi dell'opera del poeta Hòlderlin, accolta da Edoardo Sanguineti su “L'Unità” (13 febbraio 1978) come “un evento memorabile” per la cultura italiana: ma c'è uno “scrittore preferito” per Mandruzzato?
Direi forse Hòlderlin, ma in fatto di poesia siamo tutti poligami.., non c'è una preferenza assoluta, tuttavia la commozione che mi provoca ancora adesso Hòlderlin mi dà maggiore affidamento. Recentemente mi è stata offerta una traduzione di Rilke, scrittore che in gioventù ho amato molto, ma che ora sento molto decadente rispetto a Hòlderlin: Hòlderlin dice la verità, Rilke se la immagina. La bellezza dei romantici puri (Foscolo in Italia, Hòlderlin in Germania) sta nella veridicità, nella poesia come garanzia di se stessa.
Anche nei suoi studi più intrisi di dottrina emerge un atteggiamento colloquiale e spontaneo che, per così dire, addolcisce la pillola; paradigmatici in questo senso i titoli: Il piacere del latino (Mondadori 1989, oggi Oscar bestsellers) e Il piacere della letteratura italiana (Mondadori 1996), ma penso anche alla “spensieratezza” di certe pagine de Il poeta e la misura (Panda Edizioni 2006). Come riesce a conciliare, a tratti persino divenendo, erudizione e piacevolezza dei modi?
Non capisco perché debbano essere divise. Coloro che civettano, che costruiscono, sono dei falsi. Noi italiani siamo lacunosi in materia, i francesi sono infinitamente più colloquiali.
Questa sua capacità di “narrare il sapere” trova forse la sua espressione migliore e più libera nella prosa de I dèmonì. Undici confessioni apocrife (Il Poligrafo 2006). Ci vuole raccontare qualcosa di questa sua ultima fatica?
Bèh, I dèmoni sono un'antologia di cose già pensate e in parte scritte: sono biografie di personaggi particolarmente espressivi di un'epoca. Sono tutti greco-romani ma è un grande errore credere che sia massiccia questa civiltà greco-romana; ha un'evoluzione generale, anche nei suoi forti andirivieni generazionali: non si può confondere la mentalità del tempo di Traiano con la mentalità già del tempo di Adriano. Ogni secolo della romanità e della grecità ha una sua voce, rappresenta una fase molto chiara, è un coro di individualità. I dèmoni è piaciuto molto a qualcuno, sempre a persone raffinate, ma non perché sia esso raffinato, piuttosto per il fatto che rappresenta bene il pensiero dei personaggi, perché mi sono calato completamente in loro: mentre scrivevo io ero Pitagora, io ero Catullo e io, che parlo la sua voce, esisto perché è esistito Catullo. E una storia spirituale (se non è un'ambizione quello che dico) del mondo antico, da Nestore, a cui attribuisco un'individualità storica, a Giuliano l'Apostata, che è uno degli uomini che ammiro di più in assoluto insieme a Ghandi.
Progetti in cantiere?
Da qualche anno ho in corpore un libro di cui posso anticipare il titolo perché dice tutto: Il suicidio della civiltà. È coerente che io non dia molta importanza alla sua pubblicazione, perché se siamo ormai nella barbarie, non c'è più nulla da dire.
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